«Addio Italia, il più bel Paese dove non si deve fare business»

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16 luglio 2019 – 17:19

Paul Cools, avvocato e fondatore di La-On, ha provato a portare la sua impresa a Bologna e a Sesto Fiorentino. Questa è la storia esemplare di perché ha chiuso tutto (e non c’entra solo la burocrazia)

di Marzio Fatucchi, Alessio Gaggioli

Conosciamo Paul Cools nella galleria d’arte contemporanea Verbeeck-Van Dyck ad Anversa. È un uomo elegante, cordiale, ma è anche un vulcano. E va subito dritto al punto. «Ah l’Italia, che Paese: tanti amici, buon cibo, arte, paesaggi. Non da farci impresa». Viene da pensare che sia il solito luogo comune. Negli ultimi tempi forse un po’ troppo comune. Non nascondiamo il nostro disappunto. Paul allora ci offre un bicchiere di fresco rosè poi riprende la sua strada. Si accalora. È dispiaciuto che la sua avventura imprenditoriale in Italia, a Bologna e Sesto Fiorentino, sia finita: «Io voglio fare un’intervista sul vostro giornale, dovete capire che non potete dare solo la colpa alla burocrazia. Lo scoglio maggiore è la differenza culturale». Lo spunto c’è, l’intervista la stiamo già facendo. Solo un piccolo passo indietro: Paul Cools è un avvocato, console onorario per il Belgio a Malta e la sua azienda di consulenza giuridica, mediazione e recupero crediti si chiama La-On.

Allora lasciate l’Italia?

«Non ce la facevamo più».

Come siete arrivati in Italia e perché?

«Un cliente ci ha chiesto di lavorare nel vostro Paese. Avevamo una nostra collaboratrice, Silvia, cresciuta con noi attraverso uno stage, poi lei ha fatto crescere i servizi gestiti nel nostro ufficio per l’estero gestendo i clienti italiani. Il primo ufficio l’abbiamo aperto a Bologna. In quel periodo ho conosciuto Lorenzo Pirelli, Francesco Pirelli e la loro moderna fabbrica. Quando spiegai loro che tipo di servizio facevamo, mi dissero: “L’Italia non è pronta per voi”».

Vi avevano messi in guardia…

«Ma i clienti aumentavano. Per questo avevo 6 o 7 dipendenti oltre a Silvia che era la leader. Decidemmo così di aprire anche a Sesto e lei che aveva già un bambino si trasferì lì. Ma poi ha avuto il secondo: e quando una donna ha il secondo figlio, è finita. Voleva dimettersi, ne parlammo, condividemmo che c’erano troppi problemi di organizzazione familiare, cosi chiudemmo Bologna per spostare tutto a Sesto Fiorentino e venirle incontro».

Sta toccando un tema delicato: il diritto ad avere figli senza dover rinunciare alla carriera. È questa la grande differenza culturale tra noi e voi?

«No, il punto non è questo. Vede tra Bologna e Firenze ci sono 28 minuti di treno e a Bologna erano rimaste soltanto due persone. E qui sono cominciati i problemi: far viaggiare per 28 minuti al giorno, due volte al giorno, due persone. Uno si è sempre dato malato, l’altro veniva due giorni a settimana e poi se la sbrigava con il telelavoro. Poi Silvia decise di dimettersi davvero. E lì facemmo il nostro errore: pensando di avere già contatti, procedure affidate e personale rodato, decidemmo che sarebbe stato sufficiente organizzare tutto dal Belgio».

«Qui da noi i dipendenti sono molto autonomi, prendono decisioni, sbagliano, cercano di capire l’errore, se ne discute. Lo staff in Italia invece aveva paura di tutto, sia dei clienti che dei debitori. Ma soprattutto non prendevano decisioni per non commettere errori. Abbiamo capito allora che Silvia era una leader ma forse era stata prima di tutto la madre del team. Lei risolveva i problemi e quando se n’è andata chi è rimasto aveva paura di agire in autonomia».

Forse avete commesso errori nella scelta dei dipendenti.

«Forse, ma in Italia non abbiamo solo trovato questa situazione di paura, ma anche un atteggiamento del tipo: faccio quello che mi hanno chiesto e stop. Non chiedetemi di essere creativo. Stupefacente (esclama in italiano, ndr)!».

Non ha pensato di cambiare collaboratori?

«Le vostre leggi sul lavoro rendono tutto e tutti più rigidi. Per me la regola più importante è: non assumere se non puoi licenziare. Anche da noi i sindacati sono molti protettivi eppure lavoriamo molto con le donne: tutte le regole proteggono le madri. Ed è giusto. Ma di fatto impediscono alle donne di crescere, di fare carriera. È difficile per una donna manager restare a casa un anno. Non è un obbligo, però».

Ma non è sbagliato scommettere tutto su una persona?

«Noi abbiamo sbagliato, ma c’è stato anche altro. Le racconto cosa ci è successo con un nostro grande cliente di Milano. Vede noi lavoriamo success fee, prendiamo la commissione solo in caso di successo. Con lui avevamo fatto una lunga trattativa prima di firmare, percentuali, condizioni, tutto. Volo a Londra per firmare il contratto, partiamo con la collaborazione. Ricevo le mail dal loro Ceo: “Grazie Paul, risultati stupendi”. Un’altra dopo tre settimane: “Il flusso di cassa è eccezionale”. Finito il contratto, mando la fattura e lo stesso Ceo mi scrive: “È troppo”. Io mi arrabbio: ma come, abbiamo discusso, abbiamo firmato un contratto alle vostre condizioni… e lui nulla, non rispondeva nemmeno più al telefono. Ci è toccato rinegoziare l’importo. In Italia un contratto non è un contratto e non c’è collaborazione tra imprese, nessuna».

Non può essere sempre andata così.

«Non sempre, ma le partnership in Belgio contribuiscono al 90 per cento degli affari, in Italia al 20».

«Sulla vostra burocrazia potrei scriverci un libro».

«Abbiamo deciso di fonderci con Eurocrediti e chiudere. Quando abbiamo comunicato ai dipendenti la fusione e che l’ufficio si trasferiva a Pistoia, semplicemente non si sono presentati a Pistoia. Neanche ci hanno detto che non accettavano il trasferimento. In Belgio non si può andarsene dal lavoro così, da un giorno all’altro. C’è un danno».

Alla fine è difficile trovare un «ma potevate fare di più». Buttiamo giù il nostro rosè tutto d’un fiato. È meno buono che all’inizio. Brindiamo all’Italia. E Paul in italiano e ad alta voce conclude il discorso prima del cin cin: «Al Paese più bello del mondo, con la più bella gente, l’arte e il cibo migliore. Al Paese dove non si devono fare affari, perché ha paura o non vuole cambiare. D’altra parte so che anche con il referendum costituzionale è andata così…».

16 luglio 2019 | 17:19

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