Ci mancherà l’Italia psicotica e televisiva di Mattia Torre – Christian Raimo

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Mattia Torre scriveva di vita, di morte, di nevrosi e di follia. Come tutto il teatro moderno, in fondo, da Shakespeare in poi. Le divinità sono scomparse, e ciò che possiamo fare è seguitare ad arrabattarci con i nostri interrogativi, gli essere o non essere, ora più simili al rimuginare che a flussi di coscienza.

I personaggi di Torre sono la versione comica di Amleto; rimasti soli su una scena di serie b, rimuginano tantissimo. Nei suoi monologhi è come se si trovassero spaesati di non potersi permettere ormai nemmeno un teschio da contemplare. Sono passati attraverso Antonin Artaud e Carmelo Bene, per precipitare nella piccola borghesia italiana, velleitaria e provinciale, psicotica e televisiva. Non sono esemplari né rappresentativi, ma ovviamente (e spaventosamente) ci assomigliano molto.

La maggior parte dei lettori e degli spettatori hanno capito che razza di talento avesse Torre solo nei suoi ultimi anni di vita, che sono stati anche gli anni della sua malattia. Rendersene conto ora che non c’è più, amplifica lo strazio per questa morte assurda, prematura, ingiustissima.

Il tempo in nostro potere
Nella Linea verticale – la serie in cui Torre ha trasfigurato il suo decorso ospedaliero –il suo alter ego Luigi (Valerio Mastandrea) affronta il tumore come un’occasione di conoscenza. Dichiara come vorrebbe il suo funerale, in un monologo che oggi è così doloroso da risultare quasi innaturale rivederlo. Nella camera di ospedale si confronta con le voci degli altri malati e degli operatori sanitari come se si trattasse di un rito di passaggio. La possibilità di guarire riguarda condizioni su cui non abbiamo potere: i medici che incontriamo, l’aggressività della malattia. Ma la possibilità di usare il tempo della malattia, come qualunque altro nostro tempo, per indagare e raccontare la condizione umana, quello è in nostro potere.

Negli stessi anni della malattia, Torre ha affrontato il dolore e il tumore addirittura moltiplicando il suo impegno e la sua sfida artistica. Ha scritto e diretto La linea verticale – e per inciso, la scelta di fare un dramedy personale parlando del servizio sanitario nazionale per il servizio pubblico televisivo è stato il gesto virtuosamente politico di un autore che non ha mai indossato le uniformi dell’artista engagé.

Ha scritto insieme a Corrado Guzzanti la fiction Dov’è Mario (ridicolizzando, tra parentesi, gli intellettuali engagé), lo spettacolo per Geppi Cucciari Perfetta, la sceneggiatura dell’esordio di Giorgio Tirabassi Il grande salto, ha continuato a portare in giro lo spettacolo Migliore di cui curava anche la regia, stava preparando il suo nuovo film, e sicuramente molto altro di cui non sappiamo.

Il riconoscimento e l’affetto che gli vengono tributati derivano anche da una presa d’atto: era un esemplare unico. Gentile, metodico, intelligentissimo, grande scrittore morale nel paese dei piccoli scrittori moralisti, critico nei confronti dei narcisismi pubblici. Quale autore oggi in Italia ha un libro in cui sono pubblicati i suoi monologhi – cinque nel 2012 per Baldini e Castoldi, diventati sette nel 2019 per Mondadori?

Quello che nel Regno Unito o negli Stati Uniti è abbastanza normale – che testi teatrali diventino serie tv (il caso di Fleabag per esempio) – in Italia è talmente raro che va dato merito a Torre di aver avuto la cocciutaggine per portare quel linguaggio teatrale sullo schermo, spesso con i compagni di scrittura e ideazione Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo e spesso con un gruppo di interpreti e collaboratori (da Valerio Aprea a Arianna Dell’Arti, da Giuliano Taviani a Cristina Pellegrino) che hanno rivoluzionato – per quanto possibile – quel mediocre universo che è stata la televisione italiana postberlusconiana.

Questo è accaduto in due modi. Dove è stato possibile, forzando i format della tv italiana. Un esempio luminoso è quella specie di versione da micrositcom che è Buttafuori con Marco Giallini e Valerio Mastandrea nei panni di due buttafuori nel tempo fuori dal tempo e nello spazio fuori dallo spazio che è l’esterno di una discoteca; oggi la possiamo rivedere tutta su YouTube, e ci fa pensare più a A bit of Fry and Laurie che alla televisione italiana.

Maschere pirandelliane
E poi, con un’incoscienza autoriale incredibile, ha scritto il migliore prodotto televisivo italiano di questo secolo, Boris, che è una lunga parodia-riflessione sulla televisione stessa. In un paese come l’Italia dove le persone non si rispecchiano nella tv, ma la tv è l’Italia, Boris ha compiuto il gesto iconoclasta di cui avevamo bisogno: prendere Goldoni e Pirandello e gettarli su un set di una brutta fiction tv. Boris cattura il meccanismo di 30 Rock ma lo trasporta nella terra della commedia, dell’arte e all’italiana.

I personaggi di Boris sono maschere, come quelle di Pulcinella e Arlecchino – che invenzioni meravigliose possono essere Biascica (Paolo Calabresi) o Stanis (Pietro Sermonti) o lo schiavo (Carlo De Ruggieri) – e sono maschere nude come quelle pirandelliane. È questa la torsione che compiono spesso i personaggi di Torre: quella di prendere consapevolezza per confrontarsi con una dimensione trascendente (lo “strappo nel cielo di carta” con cui nel Fu Mattia Pascal Pirandello spiega la nascita del teatro moderno: Amleto guarda il cielo e si accorge che c’è uno strappo). Il regista René Ferretti (Francesco Pannofino) mitraglia i suoi a cazzo di cane e smarmella tutto ma poi lo vediamo davvero tremare di fronte a quella che sembra una morte non solo professionale, la possibilità di essere tagliato fuori da tutto; Lo Schiavo sembra potersi emancipare; e persino Biascica a un certo punto ha una crisi psichica e va dall’analista. Le due dimensioni diventano tre per poi tornare due, cosa c’è di più comico e più tragico di una macchietta che si rende conto di esserlo e poi resta macchietta?

Il peggio dell’Italia
Ma ci sono due aspetti ulteriori che vanno colti nei suoi lavori. Il primo è la sua cristallina, impressionante fiducia nei confronti della rappresentazione teatrale come possibile catarsi. Nei suoi testi sono rarissimi i personaggi positivi, tantomeno quelli edificanti; c’era spesso il peggio dell’Italia, additato, esposto, incarnato. Questa messa in scena svolgeva il suo ruolo, ossia “purificare, sollevare e rasserenare l’animo dello spettatore da tali passioni, permettendogli di riviverle intensamente allo stato sentimentale e quindi di liberarsene” come scrive Aristotele; per Torre sembra trattarsi sempre di passioni pubbliche, psicosi collettive di cui siamo affetti – proprio come nella migliore e sempre più fragile tradizione della commedia all’italiana capace di usare i meccanismi della tragedia.

L’altra caratteristica la si coglie appieno in quelli che per me restano i suoi lavori più belli, 4 5 6 e Qui e ora: la visionarietà, quella strana dimensione di proiezione, dormiveglia, quasi sonno, semidelirio, che ci permette di afferrare un barlume di conoscenza sull’universo che c’era sfuggita finora. Spesso i suoi testi si svolgono in una dimensione di limbo, quasi davvero l’unica coscienza che dovessimo tenere a mente è quella di essere prossimi alla morte. Patri, matri e figliuolo di 4 5 6 anelano febbrili solo alla propria e all’altrui morte, una sepoltura di lusso, e si fanno a pezzi brutalizzando in ogni modo la retorica famigliare italiana: il familismo amorale ne esce come una condanna davvero eterna di questo paese ma anche come una sua autoparodia. In Qui e ora due motociclisti (Valerio Aprea e Valerio Mastandrea) fanno un incidente e aspettano l’arrivo dei soccorsi che non verrà, insieme agli spettatori.

Cosa sappiamo in più se prendiamo consapevolezza di essere vicini alla fine? Mattia Torre ha provato a raccontarcelo in tanti modi, ci ha fatto ridere – sganasciare spesso – lasciandoci seguire i turbinii di pensieri di personaggi con cui mai avremmo pensato di avere a che fare. Ci ha ingannato e rivelato, come ogni grande scrittore sa fare. Vivo o morto, continuerà a farlo. A questo punto sta solo a noi, per poterlo sentire ancora vicino, dargli sempre più retta.



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