G8 di Genova, quello che lo Stato non dice. Neppure 18 anni dopo

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Di quello che è materialmente successo a Genova al G8 del 2001 sappiamo tutto o quasi. La dinamica dei violenti scontri di piazza, la morte di Carlo Giuliani, la sanguinosa irruzione della polizia alla scuola Diaz, gli abusi inflitti ai manifestanti arrestati nella caserma di Bolzaneto. Abbiamo sentenze da tempo bollate dalla Cassazione, corroborate da una mole di filmati, immagini, testimonianze. Diciotto anni dopo, quello che ancora non sappiamo è che cosa è successo a Roma. In altre parole, le responsabilità politiche.

Chi scrive ha provato nel corso del tempo a scalfire quel muro. Per esempio, facendo un po’ di domande a Claudio Scajola, ministro dell’Interno nel neonato governo Berlusconi all’epoca del G8. Intervistato per il documentario Governare con la paura (Melampo 2009), realizzato insieme a Enrico Deaglio e al compianto Beppe Cremagnani, Scajola ci disse essenzialmente due cose. La prima: la politica aveva delegato totalmente i piani e la gestione dell’ordine pubblico ai tecnici, cioè all’allora capo della polizia Gianni De Gennaro e ai suoi uomini. Anche quando il 20 luglio Genova fu incendiata da violentissimi scontri di piazza e dalla morte di Giuliani in piazza Alimonda – ci disse l’ex ministro – tutte le scelte furono prese a quel livello, senza alcun intervento governativo.

La seconda: nei mesi precedenti il G8, il suo tavolo al Viminale fu via via sommerso da allarmi terrorizzanti provenienti dai servizi segreti (forse ricorderete l’irrealistico scenario di palloncini pieni di sangue infettato dall’Aids che i manifestanti avrebbero avuto in animo di lanciare contro le forze dell’ordine. Ce ne furono molti altri di tenore simile). Ecco che cosa ci disse testualmente Scajola:

I rapporti dei servizi segreti italiani e stranieri erano molto allarmanti. Sarebbe stato necessario fare un grande filtraggio, allora invece ogni allarme veniva con troppa facilità diffuso agli organi preposti alla sicurezza pubblica. Non c’era un meccanismo di meditazione, di valutazione dell’attendibilità. Ricordo, tra i motivi di preoccupazione prima del vertice, che il dossier dei rapporti dei servizi che avevo sul tavolo del ministero dell’Interno era alto quanto un’enciclopedia. Una serie enorme di allarmi non sufficientemente circostanziati che davano preoccupazione e ti facevano sentire quasi inerme, impossibilitato a provvedere.  

Una testimonianza identica fu resa al Comitato parlamentare d’indagine da Arnaldo La Barbera, allora capo dell’antiterrorismo, inviato a Genova da De Gennaro il 20 luglio per cercare di riprendere in mano la gestione dell’ordine pubblico, un tentativo che culminerà con il disastro della Diaz (solo molti anni dopo la sua morte, avremmo saputo che La Barbera era anche un agente del Sisde, nome in codice Rutilius). Il superpoliziotto si presentò davanti a deputati e senatori con 364 informative: 223 del Sisde, 103 del Sismi e 38 dal Cesis, il Comitato di coordinamento dei due organismi di intelligence. Solo 40 erano state redatte dopo la fine del G8. Ecco un brano della sua audizione:

Gli elementi rilevanti sotto il profilo investigativo, degni di sviluppo e in grado di produrre una concreta attività operativa” sono stati “complessivamente assai rari, comunque non dettagliati e, soprattutto, indistinti tra una moltitudine di informazioni risultate nella maggior parte dei casi prive di un qualche riscontro“.

Chiedemmo un’intervista anche a Gianfranco Fini, all’epoca vicepresidente del Consiglio e assai lontano dalla successiva svolta moderata. Alla vigilia del G8, un drappello di parlamentari del suo partito, An, aveva pubblicamente annunciato “solidarietà preventiva” all’azione delle forze dell’ordine in piazza, qualunque essa fosse. Fini non accettò di incontrarci. Molto si è speculato sulla sua presenza al comando dei carabinieri di Genova, a Forte San Giuliano, il 21 luglio, altra giornata di scontri furiosi. Una fonte autorevole che trascorse quella giornata con lui ci disse che in realtà non fece nulla di che, e men che meno impartì istruzioni sulla gestione dell’ordine pubblico, limitandosi a fare “apologia delle forze dell’ordine”. Se ci furono piani paralleli e occulti, furono decisi altrove e, ragionevolmente, molto prima.

Quanto a De Gennaro, che nelle inchieste del G8 finì indagato e completamente scagionato, in una lettera al Secolo XIX del 30 dicembre 2002, in risposta a un articolo dello scrittore Maurizio Maggiani, scrisse di “carenze ed errori di singoli”, di “conseguenze non volute” nell’ambito di un’attività di polizia che si trovò a fronteggiare “una guerriglia urbana che non è stato possibile, al momento, contrastare”.

Alla fine, di quello che è successo a Roma una cosa sappiamo. I servizi segreti italiani – e non solo – hanno alimentato un clima di terrore e scontro alla vigilia del G8, facendo regolarmente filtrare sui giornali gli allarmi più paranoici e non verificati. Per contro, erano perfettamente consapevoli dei luoghi di ritrovo e delle intenzioni dei black bloc, come dimostrano due dettagliate informative finite agli atti del Comitato, precise quasi al minuto sul percorso del corteo che, con tanto di tamburini e striscione “Smash”, “spacca”, la mattina del 20 luglio accese la miccia degli incidenti. Quelle notizie preziose, evidentemente, non furono sfruttate a dovere.

Questi sono i fatti. C’era un intento specifico dietro questa strategia della tensione aggiornata agli anni Duemila? Ed è stata attuata nell’interesse di qualche settore della politica? Da Roma, in questi 18 anni, ancora nessuna risposta.


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