Gioco al massacro/ Il pericolo d’indebolire il ruolo dell’Italia

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Come era prevedibile, non è solo l’opposizione a premere su Salvini perché chiarisca la vera natura dei suoi rapporti con Gianluca Savoini, e attraverso quest’ultimo e la sua rete associativa con la Russia putinista. Anche i 5Stelle stanno cercando di sfruttare a proprio vantaggio l’intera vicenda, vista come una riedizione in grande stile del caso Siri: il sottosegretario leghista alle infrastrutture revocato nei mesi scorsi dal suo incarico per un’accusa di corruzione. 
Non riuscendo a collaborare lealmente e proficuamente, i due alleati al governo provano invece a indebolirsi reciprocamente sfruttando ogni occasione. E questa, per i grillini che da mesi perdono consensi e sono sull’orlo di una crisi di nervi, è oggettivamente un’occasione ghiotta. 
D’altro canto le ombre di collusione e affarismo gettate dai media (e ora da un’inchiesta della magistratura) sul mondo leghista, anche se in simili faccende non si capisce mai bene dove finisca il giornalismo d’inchiesta e dove comincino i depistaggi e le false notizie spacciate per vere in buona o cattiva fede, sono da prendere sul serio. Sono tutt’altro che le burlette o i litigi da cortile cui la politica nostrana ci ha abituati. C’è di mezzo un’insinuazione, ancora tutta da provare.
L’insinuazione è che un partito che si presenta come difensore supremo degli interessi nazionali italiani abbia, in cambio di danaro contante e di promesse di laute commesse, assecondato gli interessi di uno Stato straniero. Per chi chiede a gran voce indipendenza politica per il proprio Paese da Bruxelles, Berlino e Parigi non è il massimo dare anche solo l’impressione di muoversi nell’orbita di Mosca o, peggio ancora, di esserne una pedina. 
Ma il rischio maggiore di questa vicenda è un altro: che l’Italia in quanto tale ne esca malconcia, peraltro nella fase delicatissima delle trattative in corso sul futuro governo dell’Unione europea. Potrebbe realizzarsi, se le cose non si chiariranno al più presto, una tempesta diplomatica perfetta: essere considerata bruciata dalla Russia come interlocutrice in particolare sulla questione, di reciproco interesse, delle sanzioni a quest’ultima da revocare o ammorbidire; essere giudicata con sospetto sempre maggiore dai partner europei che hanno tutto da guadagnare nel tenerla sotto scacco; essere trattata come inaffidabile e doppiogiochista dagli storici alleati statunitensi coi quali pure dovrebbero esistere, in questo momento storico, una consonanza anche ideologica nel segno del comune populismo.
Insomma, si rischia una partita interamente a perdere non solo per la Lega e a cascata per il governo, come molti credono, ma per il Paese: il che dovrebbe forse consigliare alcuni attori a trattare questo controverso affaire con più responsabilità di quella sin qui dimostrata. Di scandali (con annesse inchieste giudiziarie) finiti nel nulla, magari dopo essere stati creati o amplificati ad arte per ragioni politiche, ne abbiamo già visti diversi, tutti purtroppo già dimenticati dall’opinione pubblica. 
Senza contare che se da un lato non si può ostacolare la ricerca della verità nel nome di un malinteso senso patriottico, dall’altro è pur vero che certe campagne, specie se condotte con accecamento ideologico o con un eccesso di spirito militante, talvolta possono fare il gioco (involontariamente?) non della verità ma di chi è avvezzo ad usare la manipolazione delle informazioni come strumento di lotta politica su scala globale. 
In questo quadro confuso, una delle poche certezze è che Salvini, maestro della comunicazione istantanea, al momento si è mosso scompostamente sul piano dell’argomentazione politica, contribuendo così ad alimentare voci maligne e sospetti non del tutto ingiustificati. Minimizzare o prendersela col gossip rischia di non pagare.
Sarebbe più serio argomentare, contro chi in questo momento si ostina ad usare argomenti moralistici per biasimare i rapporti internazionali della Lega o a lanciare l’allarme sull’esistenza di una rete globale ispirata dal Cremlino (alla faccia della mentalità cospiratoria che di solito si imputa proprio a leghisti e grillini), che l’Italia ha tutto l’interesse – in primis sul piano economico – a tenere buoni ed espliciti rapporti con la Russia. Un interlocutore economico non deve essere necessariamente un alleato politico. 
E purché ciò non significhi voler tenere i piedi in troppe staffe, una tentazione peraltro ricorrente della politica estera italiana che Salvini sembra aver riprodotto con il suo equilibrismo tra Washington, Mosca e Tel Aviv. Troppi amici, nessun amico: vale nella vita delle persone come nella politica internazionale.
È una ambiguità che in effetti caratterizza la politica estera italiana da quando si è insediato il governo giallo-verde e che rischia di costarci un crescente immobilismo sulla scena globale.
Ultimo aggiornamento: 00:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA



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