Il futuro dell’Italia? Lo sa solo FaceApp

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Tirare la corda al massimo, fino a sfiorare il punto di rottura. Poi, in extremis, mollare la presa quanto basta per evitare lo strappo. Salvo ricominciare a tirarla, subito dopo. A 415 giorni dall’insediamento del Governo Conte (1 giugno 2018) nelle ultime ore Lega e Movimento 5 Stelle hanno evitato di premere il pulsante della crisi, dopo essersene dette di tutti i colori per settimane, e per il momento hanno scongiurato il rischio di nuove elezioni a settembre. Ma non hanno smesso di litigare. Di fatto Luigi Di Maio e Matteo Salvini – ognuno con le sue ragioni, ognuno con i suoi punti di vista, in genere diametralmente opposti – continuano a scherzare con il fuoco sulla pelle degli italiani, in questo periodo una pelle gioiosamente abbronzata (o invecchiata da FaceApp…) perché questa sembra essere l’unica cosa che conta nei discorsi da bar, sui social o sotto l’ombrellone. La tintarella da esibire in spiaggia o in piscina (o il numero delle rughe che avremo fra trent’anni) sembrano essere gli unici temi in grado di appassionare gli italiani in questa ennesima estate di tensioni e di intrighi. Forse il problema dei problemi è proprio questo: la gente non ha più voglia di preoccupazioni, non ne può più delle beghe fra i partiti, dei conti pubblici appesi allo zero virgola, dei teatrini della politica, delle inchieste che sembrano preludere a chissà cosa e poi invece si sgonfiano nel nulla come i palloncini della fiera, delle manfrine che fanno tanto rumore ma non risolvono una sola delle mille emergenze del Paese, tanto numerose che per elencarle non basterebbe l’intero giornale.

Le questioni più urgenti? Una pressione fiscale oltre il limite della decenza e, contemporaneamente, un inaccettabile tasso di evasione; una burocrazia opprimente e deprimente; un sistema previdenziale – le nostre pensioni! – che rischia di crollare da un momento all’altro; un mercato del lavoro incapace di offrire serie prospettive ai giovani, che non a caso progettano un futuro all’estero; una sanità sempre più orientata sul taglio dei costi anziché sulla qualità e la tempistica delle risposte offerte ai cittadini-pazienti; una giustizia basata sui tempi della prescrizione anziché sulla punibilità dei reati; la rinuncia a investire in nuove infrastrutture, indispensabili per lo sviluppo economico, ma anche per la tutela dell’ambiente; la mancanza di risorse perfino per garantire la manutenzione ordinaria di scuole, strade e ospedali… La lista di ciò che non funziona è quasi infinita, ma la sensazione è che nessuno abbia più voglia di guardare in faccia la realtà e di aprire il dossier-Italia (qualcuno, però, prima o poi lo farà al posto nostro) e, così, si viaggia spensierati verso un domani che non c’è con lo stesso spirito degli orchestrali che suonavano musica jazz sul ponte del Titanic destinato ad affondare. «Tanto ce la siamo sempre cavata e, alla fine la sfangheremo anche stavolta», commentano i più, illudendosi che – se proprio un giorno arriverà il conto – a pagarlo sarà qualcun altro: le banche, l’Europa, i «poteri forti» (spesso evocati, ma senza mai fare un nome o un cognome o spiegare a chi o a cosa ci si riferisca veramente). E invece no: il conto, quel giorno malaugurato – se davvero dovesse arrivare – lo pagheremo noi. Ognuno di noi. E allora sarebbe meglio che mentre Lega e M5S continuano a litigare e ad attuare la politica dello «stop & go» (un passo avanti e due indietro; una minaccia di guerra e poi la pace; un annuncio a effetto, poi il nulla, il ridimensionamento o la retromarcia) qualcuno provasse almeno a proporre un’alternativa, se non proprio a organizzare una forma di opposizione. Invece, il Pd si accontenta di sopravvivere a se stesso; Forza Italia di sopravvivere a un Berlusconi ormai in disarmo; il mondo cattolico (protagonista assoluto della politica ai tempi della Dc) si tiene in disparte; i moderati tacciono; la sinistra-sinistra è ormai ridotta a mera testimonianza, oltre che superata dal tempo; la destra-destra confinata nel limbo della nostalgia senza futuro. E perfino gli ambientalisti, forza emergente nel Nord e nel Centro Europa, in Italia si limitano a condurre qualche battaglia di bandiera, senza alcuna possibilità di diventare una forza in grado di incidere davvero sulle scelte del Governo e sulla scena politica nazionale. Poco importa se nel frattempo il debito pubblico è salito ulteriormente (oggi è al 134% del Pil, contro il 133,2 di un anno fa) e l’economia italiana è di nuovo in frenata (+0,1% su base annua secondo le ultime stime). Cosa ci aspetta il futuro, dunque? Chissà… Forse, per scoprirlo, si potrebbe provare con FaceApp. Attenzione, però: il risultato del nostro volto con le rughe potrebbe non piacerci per niente.



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