La mostra di Ugo Nespolo al Palazzo Reale di Milano

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Palazzo Reale, Milano – fino al 15 settembre 2019. Non solo “intarsi”: l’antologica di Ugo Nespolo spazia dai lavori poveristi alle scenografie teatrali, dai libri d’artista alle commissioni commerciali. Un percorso più radicale rispetto a quello che gli si attribuisce di solito.

Ugo Nespolo, Window Poem, 1984
Ugo Nespolo, Window Poem, 1984

L’antologica che il Palazzo Reale dedica a Ugo Nespolo (Mosso, Biella, 1941) ha due meriti. Rispettare la natura vulcanica e senza gerarchie prestabilite della sua opera, allestendo i lavori facendoli interagire e non musealizzandoli; e soprattutto riscattare l’autore dall’idea monotematica che si ha di lui.
Certo, i suoi “intarsi pittorici” sono una parte caratterizzante della sua produzione. Ma, come si vede in mostra, sono molte altre le direzioni da lui percorse ‒ spesso più radicali di quanto si pensi normalmente parlando di Nespolo. Ciò risulta chiaro sin dalle prime sale, che presentano lavori del periodo identificabile come poverista. Dall’installazione Molotov (1968) ai morsetti di Triperuno (1967) fino alle due scritte chiodate “potere” e “violenza” (Power violence, 1968): variazioni sull’idea di scultura che simulano la familiarità dell’oggetto d’uso comune, per poi rivelarsi invece ambigue, spinose, sottilmente minacciose.

ALTO E BASSO

C’è anche la sezione del film d’artista, quella del libro d’artista e quella, suggestiva, delle scenografie teatrali. L’estetica diventa particolarmente giocosa nelle sequenze di numeri colorate e nelle sculture in cui le forme si accavallano come in un’eruzione o nel getto di una fontana. E non mancano ovviamente gli “intarsi”, tra i quali spiccano quelli di riflessione meta-artistica come Andy Dandy del 1973.
Legato via via all’Arte Povera, a Fluxus, alla Patafisica, al Situazionismo (e dunque mai davvero legato a un singolo movimento), Nespolo esprime un’idea di creatività che non separa alto e basso, né le diverse discipline creative ‒ la mostra esibisce con fierezza anche le commissioni commerciali. Un eclettismo che ignora i canoni, ardito perché corteggia e accarezza il kitsch percorrendo una strada massimalista di colori e forme.

Ugo Nespolo, Andy dandy, 1973
Ugo Nespolo, Andy dandy, 1973

IRONIA ED ETICA

Evitare a tutti i costi la pedanteria sembra la missione di Nespolo, anche a costo di essere frainteso. L’ironia è in effetti un ingrediente fondamentale della sua arte: “La categoria dell’ironia ha una forte valenza filosofica ed estetica in particolare. Risale a Socrate, nell’indicare una falsa umiltà per disorientare l’avversario. Il fine giustifica i mezzi…“, scrive Nespolo nella sua recente raccolta di scritti teorici (Maledette belle arti, Skira, Milano, 2019).
L’altro ingrediente fondamentale, da lui proclamato anche durante la presentazione della mostra, è il contatto dell’artista (“novello Sisifo“, come lo definisce sempre nei suoi scritti) con il mondo. Ovvero la non separazione tra estetica e situazione storico-sociale.
Ciò che Nespolo mette in atto è forse una redistribuzione, un rimpasto utopico degli stimoli impazziti che la società di massa avanzata fa esplodere senza soluzione di continuità.

Stefano Castelli

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