L’inchiesta «tocca» Roma. Indagini sui rapporti Italia-Tripoli

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L'inchiesta «tocca» Roma. Indagini sui rapporti Italia-Tripoli

Resta indagata, ma a piede libero. Per lei nessuna espulsione, mentre dichiarazioni e nuove prove rischiano di mettere nei guai chi ha dato l’ordine a Sea Watch di riportare i migranti in Libia: «Quasi un’istigazione a commettere una violazione contro il diritto internazionale», si lascia volutamente sfuggire un investigatore.
Quattro ore di interrogatorio per Carola Rackete sono bastate ai magistrati di Agrigento per ottenere la conferma che l’inchiesta non può circoscriversi solo a Sea Watch. «Si è trattato di un incontro sereno al quale seguiranno tutte le valutazioni del caso», dicono fonti della procura. E le valutazioni, a quanto si apprende, non riguardano solo le eventuali irregolarità nel salvataggio dei migranti (ipotesi che pare stia sfumando), ma il comportamento delle autorità italiane che dietro ordini politici hanno insistito perché i naufraghi venissero respinti verso la Libia, «pur sapendo che Tripoli, come sembrano dimostrare le dichiarazioni del governo italiano e atti ufficiali degli organismi internazionali da tempo noti alle autorità di Roma, non era e non è un porto sicuro», spiega una fonte.
Carola Rackete ha risposto a tutte le domande del procuratore aggiunto Salvatore Vella e dei pm Cecilia Baravelli e Alessandra Russo. I pm, adesso, nell’attesa che la Cassazione si pronunci sul ricorso in merito alla mancata convalida dell’arresto per il secondo procedimento che ipotizza la resistenza a pubblico ufficiale e la resistenza o violenza a nave da guerra, esamineranno il verbale dell’audizione e la documentazione prodotta durante l’interrogatorio dai difensori della “capitana”, gli avvocati Leonardo Marino e Alessandro Gamberini. Nel corso del faccia a faccia con i magistrati, Carola ha ribadito che «il salvataggio in mare è avvenuto con tutte le caratteristiche della regolarità». A supporto di questa ricostruzione ha spiegato punto per punto ogni annotazione riportata sul registro di bordo. I magistrati hanno già avuto modo di incrociare i contenuti del “diario della capitana” con quanto è stato acquisito presso la centrale di coordinamento dei soccorsi di Roma. «Noi avvocati abbiamo prodotto tutto», spiegano Gamberini e Marino, lasciando intendere di avere consegnato spontaneamente altre prove a conferma di quanto dichiarato da Rackete.

Nella foto, Rackete con (a sinistra) l’avvocato Alessandro Gamberini e (a destra) l’avvocato Leonardo Marino (Andreas Solaro / Afp)

Il fascicolo si arricchisce di nuovi materiali. A quanto trapela, la richiesta di portare i migranti in Libia, ordine reiterato via radio e via mail su precisa indicazione del ministero dell’Interno, si aggiunge ad altri episodi ricostruiti in questi mesi dalla procura e che mettono nel mirino proprio il Viminale e il ministero delle Infrastrutture. Incrociando i rilievi svolti durante precedenti sbarchi (da Sea Watch a Mediterranea) emerge una modalità operativa a tratti incoerente: il coordinamento della Guardia costiera libica, infatti, non è svolto in autonomia da Tripoli ma spesso appare sotto la regia di Roma.
Pur restando indagata, Rackete non ha ricevuto alcuna prescrizione circa la sua libertà di movimento. Matteo Salvini aveva parlato di «immediata espulsione» per la volontaria di Sea Watch, ma i legali non hanno ricevuto alcuna notifica e la procura non ha alcuna intenzione di avallare la richiesta. Anche perché la lista degli indagati potrebbe allargarsi, e presto potrebbero essere sentiti funzionari di vertice dei ministeri coinvolti.
Intanto i relatori speciali delle Nazioni Unite in materia di diritti umani hanno espresso «grave preoccupazione» per il procedimento contro Rackete. «Dichiarazioni pubbliche e attacchi personali da parte di personaggi politici di alto rango sono – si legge in una nota – una grave interferenza nell’autonomia dei singoli giudici, e possono avere l’effetto di ostacolare l’autorità del potere giudiziario come un ramo autonomo del potere dello Stato». Perciò il gruppo di esperti esorta «le autorità italiane a porre immediatamente fine alla criminalizzazione delle operazioni di ricerca e soccorso. Salvare migranti in pericolo in mare non è un crimine».

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