Milano, cinquant’anni fa l’ordigno scovato nel tribunale di Milano – Cronaca

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Milano, 22 luglio 2019 – Una bomba a Palazzo di Giustizia, mezzo secolo fa. Era sistemata in una scatola di cartone abbandonata come per caso su un davanzale nel corridoio dell’Ufficio istruzione. Dentro, c’era un ordigno realizzato in modo strano, un cilindro di metallo filettato riempito di gelignite, che fortunatamente non esplose. Stando alle sentenze dei giudici, venne lasciato lì dai due neonazisti padovani di Ordine nuovo, Franco Freda e Giovanni Ventura. E non esplose perché l’esperto di esplosivi dello stesso gruppo, il mestrino Carlo Digilio alias “zio Otto”, decise di manomettere la bomba (quando gliela sottoposero), rendendola innocua perché temeva che i danni che avrebbe provocato sarebbero stati talmente gravi da ricadere sulla loro stessa organizzazione.

Successe il 24 luglio del 1969, meno di quattro mesi prima di Piazza Fontana – quando una bomba nella Banca nazionale dell’Agricoltura provocò 17 morti e un’ottantina di feriti – e tre mesi esatti dopo gli attentati del 25 aprile alla Fiera Milano e in stazione Centrale, in entrambi i casi con feriti solo lievi. La polizia sospettò come al solito degli anarchici, che invece non c’entravano niente. A svelare per primo il mistero di quello strano ordigno lasciato come per caso in una scatola della lozione per capelli Endoten, quel luglio di tanti anni fa, fu nel 1973 lo stesso Ventura, in quel momento detenuto con l’accusa ben più grave di essere tra gli autori della strage del 12 dicembre ’69 in piazza Fontana.

Interrogato nel carcere di Monza dal giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio – che fra l’altro aveva l’ufficio a pochi metri da dove la strana bomba era stata ritrovata inesplosa il 24 luglio, il libraio-editore ammise di aver accompagnato Freda a Milano la sera precedente e di aver incontrato di notte alla Stazione Centrale un misterioso romano che aveva consegnato loro l’ordigno. Ventura sostenne che a piazzarlo sarebbe stato il solo Freda, dal momento che lui era invece ripartito subito per Roma. Ma i giudici hanno attribuito la responsabilità penale ad entrambi già all’inizio degli anni ’80.

Una decina di anni dopo, però, il racconto dell’esperto di esplosivi di Ordine nuovo, il mestrino Carlo Digilio divenuto collaboratore di giustizia, aggiunse nuovi particolari sull’episodio. Al giudice Guido Salvini, che indagava sulle attività eversive delle destra estrema a cavallo degli anni ’70, Digilio raccontò che era stato lo stesso Ventura a sottoporgli quello strano ordigno con 4 o 5 candelotti di gelignite e un orologio come timer per l’innesco, affinché lui garantisse sul fatto che era stato confezionato in modo sicuro per chi lo avrebbe trasportato. “Zio Otto” mise a verbale di aver spiegato a Ventura che di gelignite ce n’era troppa per un attentato solo dimostrativo. «Inoltre – aggiunse – per creare ulteriori difficoltà all’esecuzione di un attentato potenzialmente tanto grave, staccai con una pinzetta la resistenza dal resto dell’orologio senza farmi notare da Ventura che, mentre svitavo il tappo del tubo si era prudentemente ritirato in corridoio».

Freda e Ventura, negli anni a seguire, sarebbero stati processati a più riprese e infine assolti definitivamente per insufficienza di prove dall’accusa di strage per la bomba di piazza Fontana. Venti anni dopo, però, pur senza poterli ri-processare, altri giudici scrissero in una sentenza di Cassazione che di piazza Fontana, in realtà, Freda e Ventura erano responsabili.

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