Milano, la Galleria diventa un campo di battaglia legale: ricorsi a quota 27

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Con la giunta di venerdì scorso siamo arrivati a 27. A tanto ammontano i ricorsi amministrativi che riguardano gli spazi in Galleria da quando si è insediata la giunta di Beppe Sala. L’ultimo porta la firma del Comune: un ricorso al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar che ha dato torto a Palazzo Marino e ragione alla Locanda del Gatto rosso e al Salotto annullando la gara vinta da altre due società. Da soli, i due locali hanno raggiunto quota 14 ricorsi. Segue Feltrinelli con tre e Stefanel con due. Anche Moreschi è fermo a due. Luxottica si è fermata a 1 insieme con Shop Rebecca. Una guerra a colpi di carte bollate destinata a ripetersi anche l’anno prossimo quando verranno a scadenza altri 26 contratti di altrettanti negozi e ristoranti.

Il motivo è semplice. La Galleria è la gallina dalle uova d’oro. Sia per il privato che non vorrebbe mai andarsene o vorrebbe entrare a tutti i costi sia per il pubblico che solo nel 2018 ha raccolto 36 milioni di euro, soldi che servono a coprire i costi della collettività. Per il 2019, l’obiettivo è arrivare a 40 milioni.

La linea è chiara: nessun rinnovo automatico delle concessioni, ma solo gare. «Il Comune – spiega l’assessore Tasca – ha deciso che sui beni demaniali applica la gara per tutelare nel miglior modo possibile l’interesse pubblico». Tasca sta lavorando a un regolamento che dovrebbe fare chiarezza su chi può aspirare al rinnovo senza passare per la gara. Fissa come condizione necessaria ma non sufficiente il fatto che il locale abbia almeno quarant’anni di continuità in Galleria. Necessaria, ma non sufficiente perché il criterio che guiderà Palazzo Marino sarà quello del legame identitario che intercorre tra il locale e la Galleria. «È il driver che ci permette di valutare. Ma anche in questo caso non ci saranno automatismi ma dei requisiti che ci consentiranno di capire se quel legame esiste». Quali? «Elementi architettonici, arredi, anche fotografie che permettano di ricostruire l’identità storica del locale». In pratica, quello che è successo con il Camparino (anche lui tirato dentro la guerra giudiziaria da un doppio ricorso del Salotto e della Locanda del Gatto rosso) a cui è stato concesso il rinnovo senza passare per la cruna della gara. L’altro paletto riguarda le insegne: «Non permetterò mai che chi subentra a chi ha avuto il rinnovo possa cambiare insegna». Fatto sta che fino a quando non verranno a scadenza tutti i vecchi contratti che contenevano una clausola che prevedeva il rinnovo, difficile che si eviti la battaglia giudiziaria. «Il fenomeno si è accentuato perché c’è stato un cambiamento normativo – conclude Tasca – Il Comune ha deciso che sui beni demaniali lo strumento è quello della gara perché tutela l’interesse pubblico. Se dall’altra parte hai un contratto pregresso che contiene clausole sul rinnovo fai ricorso al Tar sperando che venga annullata la gara. Li capisco. Ma sui rinnovi in primo grado abbiamo sempre vinto».

18 luglio 2019 | 10:48

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