Patrimonio culturale ereditato e costruito, il deficit gestionale tra Italia e Usa

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In Italia ci troviamo a dover custodire, per tramandare ai posteri, collezioni museali, monumenti e palazzi che abbiamo ereditato. Oltre oceano i musei collezionano oggetti per volontà del pubblico che necessita di documentarsi sul passato per garantirsi un’identità e, per questo, manifesta sempre un’attenzione e un rispetto nei confronti del patrimonio comune. Partendo da questo presupposto non mi stupisce più di tanto che i musei a New York siano sempre pieni di persone. Quello che però noto con ammirazione è che tra queste vi siano molti giovani. Incuriosita da questo fenomeno comune, spesso solo oltre i confini nazionali, ho raccolto, negli ultimi tempi, alcune testimonianze oltreoceano per comprenderne le ragioni. 

Dalle risposte più frequenti ho notato che alcuni millennials vanno al museo perché lo considerano un “must”, ossia un fenomeno alla moda, grazie a un elemento attrattore che improvvisamente diventa “virale” quale un’opera d’arte o anche un bar, un locale, una libreria, un negozio che sono interni alla struttura culturale. Oppure perché il museo rappresenta un ”me moment”, ossia un luogo di rassicurazione, una sorta di confort zone quando soprattutto si è all’estero. Ma anche perché visitare un museo ti rende parte della sua storia imparando a conoscere la tua. E in ultimo, per arricchirsi e vivere un’esperienza irripetibile. 

Nel nostro paese i musei sono ancora visti come statici dove non vi sono azioni reiterate, dove la fruizione è obbligata, non vi sono connessioni con la realtà intorno, con la città o anche con gli eventi. Non c’è immersività, gli orari sono limitati e vi sono le stesse offerte di ingresso per tutti. Perché dunque tornarci? Soprattutto i millennials vogliono sentirsi unici e speciali e non vivere esperienze qualunquiste. 

Per uscire fuori da questa targhettizzazione in Italia bisognerebbe prendere esempio dai musei all’estero dal punto di vista della cura della fruizione. Un lavoro costante che all’estero fanno è lo studio del feedback da parte del pubblico. Per migliorare l’offerta è necessario capire la profilazione dei visitatori e comprendere cosa vogliono. Il miglioramento fruitivo si riesce ad avere quando un museo è in grado di dare alle persone non ciò che desiderano ma ciò che non sapevano di desiderare: il museo deve colpire il desiderio inespresso.

Oltre alla cura nella conoscenza del proprio pubblico ciò su cui deve impegnarsi un museo si potrebbe sintetizzare in quattro punti. Per primo la socialità per garantire una fruizione multipla, che si muove sui social e che permetta di condividere con altri i contenuti che offre. Poi la trasparenza, per non deludere le aspettative, per cui ciò che nella comunicazione si dice di offrire deve corrispondere a contenuti reali. A seguire l’immediatezza della comprensione e per questo il digitale aiuta anche se non è il futuro. Può essere una soluzione solo nel momento in cui fa parte di un ecosistema sincronico e olistico di “human touch”.

L’ultimo punto è la libertà nella scelta del proprio percorso di visita e magari anche dell’orario con la possibilità di evitare le “odiate” file. In sintesi il museo ha il compito di aiutare a sviluppare un pensiero che le persone collegano con la propria vita, con il proprio quotidiano, in modo da arricchirlo sentendosi parte. Come un teatro dove non solo viene visto ma viene agito.

Oggi i musei italiani sono ancora in sofferenza, non ancora pienamente supportati da un sistema normativo adeguato e non dotati di un personale preparato al cambiamento tecnologico. In questo settore soprattutto e’ fondamentale riempire questo gap culturale collegando la formazione alle nuove prospettive lavorative che vedono necessariamente unite la competenza alla capacità gestionale. 

In questo ultimo anno, a livello nazionale, si è operato molto in questa direzione. Ma il deficit è ancora ampio perché ciò che va anche colmato è la percezione del pubblico nei confronti dei musei.

Oltre agli addetti ai lavori, in pochi sanno che i musei nazionali oggi sono in rete, costituendo un ecosistema simbolico di offerte in contemporanea in altri luoghi permettendo così di suggerire ai diversi pubblici cosa vedere in base agli interessi. Ciò su cui si punta è che il nuovo welfare siano i beni culturali. Ci si può riuscire solo se a livello ministeriale non si ostacolino i virtuosismi dirigenziali e soprattutto si garantisca una programmazione a lungo termine che non cambi a ogni nuovo governo.



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