Ponte Morandi, storie dal crollo. Come dire a uno sconosciuto: «Rimani vivo»

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Il dolore una materia delicata. Ci sono molti modi per raccontarlo. Perch giusto raccontarlo. giusto fissare la storia, darle fisicit, materialit, sottrarla all’usura del tempo. giusto non accettare che ogni cosa sia dimenticata, nella frenetica porta girevole dei nostri giorni.
A proposito: come diavolo si chiamavano quei pupazzetti virtuali dei quali per una settimana si parl esagitatamente in tutto in mondo? E tra un po’ ricorderemo il nome dell’applicazione con la quale oggi tutti giocano felici a immaginarsi vecchi o a ricordarsi giovani? Protagonisti politici, sportivi, musicali, finiscono ogni giorno nel grande tritarifiuti nel nostro tempo a una dimensione. Passato e futuro, come per l’applicazione, sono una pura finzione. Non un ricordo, non una speranza. Anche il dolore rischia questa deriva. Quello privato e quello collettivo.

Il dovere della memoria

Ora un film — un documentario che la stessa cosa — racconta la tragedia del ponte Morandi. Si intitola, con la stessa semplicit della sua struttura narrativa, solamente Genova. Ore 11,36. Il racconto si muove attraverso la lente pi potente e pi sincera, quella delle storie personali. Scorrono sul video, potenti e misurate, le parole di esseri umani che quel giorno erano l e, da quel giorno, non sono pi come prima. Per ciascuno una tragedia collettiva — la strage di Bologna, l’11 settembre, il terremoto di Amatrice, la caduta del ponte di Genova — sono commoventi, strazianti ma, in fondo, solo sbrecciature dell’esistenza. Forse naturale. Forse giusto sia cos. giusto che la vita sia pi forte, pi coriacea, pi caparbia di ogni morte. Non perch the show must go on ma perch la vita, intesa come geometria del tempo, delle relazioni umane e come senso dei giorni, che ha il dovere di continuare. Ma non ha, proprio non ha, il diritto di farlo immemore. Stiamo diventando come Hal, il computer di 2001 Odissea nello spazio. Ci levano la memoria e non ci resta cos che cantare canzoni infantili. La memoria il nostro ossigeno, il nostro antibiotico pi potente, la radice dei nostri fiori pi belli. Come dice Walter Benjamin descrivendo l’angelo della storia? Ha il viso rivolto al passato. L dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si impigliata nelle sue ali, ed cos forte che l’angelo non pu pi chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ci che noi chiamiamo il progresso, questa bufera.
Il film il racconto di una bufera, di questa bufera. Il rumore con il quale il film parte — i rumori nel racconto cinematografico sono decisivi — quello di una pioggia incessante, cattiva. E poi il ricordo del boato, dell’agghiacciante boato, che ha accompagnato il crollo del ponte. Un ponte che crolla? Ma esiste un ponte che crolla? ricorda di aver pensato un ragazzo colombiano, Emmanuel. Suo fratello maggiore Henry, che gli ha fatto da padre perch il loro era stato assassinato, morto nella sua auto gialla.
Esiste un ponte che crolla? S, quelli bombardati, perch i ponti sono il primo bersaglio di qualsiasi guerra. Nessuno ha puntato il Ponte Morandi da un aereo o da un cannone. venuto gi, come burro fuso. Burro rumoroso, burro acido e spietato. venuto gi per incuria, per negligenza, per colpa di controlli distratti da logiche di profitto. Non per bombardamento, non perch pioveva troppo. C’ l’uomo, di mezzo. L’uomo l, con la sua imperfezione, sospeso tra i monconi del ponte ora sparito.

La rinascita possibile

giusto invocare il caso. Ma solo per le persone del film e tutte le altre per le quali tutto cambiato, quel giorno di agosto. Il Caso, lo racconta Gianluca, che al posto di guida ci fosse Luigi, quel giorno e non lui. Luigi morto, lui rimasto intrappolato, ferito, nelle macerie di un furgone sospeso nel vuoto, sapendo che ogni suo movimento poteva provocarne la caduta e la fine di tutto. Il Caso ha voluto che la signora che Henry portava in una beauty farm gli avesse fatto fare l’autostrada, perch soffriva le curve di una strada di montagna. Il Caso ha fatto s che Rita e Federico, giovani di Trieste, avessero scelto di fare le vacanze a Genova e quel giorno, visto il meteo e scartato il mare, optassero per andare all’Acquario. Il Caso ha fermato il furgone verde sul ciglio del baratro. Il Caso ha deciso, come un pollice su o gi, chi viveva e chi moriva. Ma il Caso non pu essere invocato per spiegare quel crollo, non raccontiamoci storie.
Il film ha una rara forza nel connettere le storie alle immagini. Quel ragazzo che i Vigili del fuoco stanno imbragando per estrarlo da un furgone sospeso nel vuoto Gianluca. Quella macchina gialla accartocciata quella di Henry. E il cancello che vediamo quello oltre il quale Alejandro, un ragazzo dell’Ecuador, si precipitato, col cellulare acceso, per documentare quello che era accaduto. Con quelle immagini il film comincia. Quando Alejandro si accorge che ci sono persone, le immagini si fanno nere e rimane solo l’audio. Le sue urla, la sua invocazione di un’autoambulanza, l’invito a un ragazzo schiacciato in un’auto: Stai vivo.
E sono strazianti le immagini delle riprese familiari di Luigi, il ragazzo che era seduto al posto sbagliato, che dichiara a Lara la sua volont di sposarla. Faranno dei figli, insieme. Lara, sola, dovr dire a quelle creature della morte del padre. Il grande avr gli occhi pieni di pianto, il piccolo fuggir dal dolore dicendo solamente: Posso andare a giocare?.
Qualcuno di loro ha trovato nella fede, in Ges o Buddha, il modo di sopravvivere al dolore. Rita pensa sia stato il destino, non una mano regolatrice, a muoversi quel giorno. Dio non pu essere una volta buono e una cattivo, a parit di condizioni. Non penso che ci fossero 43 persone cattive, che non meritassero di vivere. I testimoni del film oggi si sentono sopravvissuti e hanno lo stesso senso di colpa provata da coloro che sono tornati dai campi di sterminio. Sami Modiano, che entr tredicenne nel campo e l vide morire tutta la sua famiglia, ha sentito di tornare a vivere quando ha cominciato a raccontare ci che ha vissuto. Perch nel racconto, nel dono di s e anche del proprio dolore, che forse si nasconde la pi dolorosa e fertile delle rinascite possibili.

20 luglio 2019 | 22:18

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