Prime alla Scala e pool nella Milano di Borrelli

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«Risponde la segreteria telefonica di Saverio e Maria Laura Borrelli, lasciate un messaggio». Anche nei momenti più caldi dell’inchiesta Mani Pulite, quando gli occhi di tutta Italia erano puntati sul pool da lui fondato e diretto, il numero del procuratore della Repubblica era a portata di tutti, sull’elenco del telefono. E insieme al numero c’era l’indirizzo di casa, il bel palazzo borghese di via Tiepolo dove il procuratore abitava con la famiglia. Forse Borrelli pensava di non correre davvero pericoli, e una volta definì «guasconate» le intercettazioni in cui sembrava che venisse minacciato. Ma c’era anche la consapevolezza un po’ snob del ruolo ricoperto, l’idea che un procuratore della Repubblica non si nasconde dietro l’anonimato.

Amava Milano, dove era arrivato da ragazzo da Napoli al seguito del padre Manlio, destinato a diventare presidente della Corte d’appello: e da Milano è stato riamato, come racconta bene l’ondata di commozione che ieri suscita la sua scomparsa. Nella fase di Mani Pulite, l’amore della città per il procuratore superò, almeno nella fase iniziale, il livello di guardia. Ed era straordinario che a idolatrarlo fossero non solo e non tanto i cittadini qualunque ma anche la buona borghesia, quella che fino a pochi mesi prima aveva convissuto allegramente con i riti della Prima Repubblica, foraggiandone i partiti e ricevendo in cambio appalti e sicurezza. Il terremoto di Mani Pulite aveva squassato equilibri e certezze, e aveva spedito a San Vittore decine di esponenti di quegli stessi salotti. Eppure la sera del 7 dicembre 1992, quando Borrelli entrò nella platea della Scala per assistere alla «prima», tutto il teatro si alzò in piedi ad applaudirlo. Un tripudio, una sorta di innamoramento collettivo.

Il rispetto a Palazzo di giustizia se l’era conquistato ben prima di Mani Pulite, partendo dal fronte meno esposto a facili glorie: la giustizia civile, quella dei fallimenti, delle cause interminabili e complicate. Lì c’è il vero termometro della qualità di un giudice, che sono i rapporti con gli avvocati. E i civilisti milanesi sapevano di avere davanti, quando la loro causa arrivava sul tavolo di Borrelli, un giudice severo, ma di una preparazione giuridica estrema, quella che gli aveva permesso di fare carriera vincendo concorsi su concorsi e superando colleghi molto più anziani.

Questa fama se la portò dopo, quando scelse di passare al settore penale: prima come giudice, poi come procuratore aggiunto della Repubblica, infine come procuratore. Ma in quest’ultimo incarico, quello che lo rese famoso in tutta Italia, Borrelli portò un bagaglio che non si insegna alla facoltà di Giurisprudenza: una capacità organizzativa mai vista prima, basata soprattutto sui rapporti umani. La porta del procuratore Borrelli era sempre aperta: per i suoi pubblici ministeri, ma anche per i cancellieri, per gli assistenti che della Procura sono l’ossatura e che conosceva tutti uno per uno, e che tutti ascoltava. Fu una rivoluzione rispetto alla vecchia gestione, e trasformò la Procura milanese in una macchina investigativa senza paragoni. Ancora oggi, quello che funziona al quarto piano del Palazzo di giustizia è figlio dell’epoca Borrelli.

Ma questo i milanesi che lo incrociavano in bicicletta con i nipoti ai giardini di Porta Venezia non lo sapevano: per loro era il Procuratore di Mani Pulite, e gli bastava.

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