RIPRESA E POLITICA/ La mossa che aiuta l’Italia più del calo dello spread

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In questi giorni di caldo estivo sono venute notizie confortanti sull’economia del nostro Paese. La Banca d’Italia ha fatto conoscere i dati aggiornati del debito pubblico a fine maggio 2019, sceso a 2.364,7 miliardi di euro, in diminuzione di 8,7 miliardi (oltre 17.000 miliardi di lire in un solo mese, pari a quasi una manovra annuale della vecchia moneta sovrana). Lo spread è ai minimi da oltre 13 mesi, è sceso addirittura a 190 punti il 15 luglio e a 186 al 17 luglio, con un rendimento dei Btp decennali ridotto ad appena l’1,6%.

Di contro, la Germania, per la propria Deutsche Bank, riceve un trattamento di favore da parte della Bce, che non le ha imposto l’aumento di capitale necessario per fronteggiare i rischi di credito. La stessa Cina, che fa registrare nel secondo trimestre 2019 una crescita del Pil del 6,2%, appare confermare il trend discendente del dato che la caratterizza da diversi anni.

Il clima di fiducia sull’economia italiana può essere interpretato alla luce delle strategie degli organismi bancari e finanziari di proprietà estera operanti in Italia, che appaiono aver compreso l’indifferibile necessità di autodifendersi dalle assurde pretese degli organismi europei attraverso operazioni volte ad allentare il clima di rigidità che li avrebbe necessariamente travolti. Ne è prova la circostanza che le banche operanti sul mercato italiano abbiano aumentato l’importo degli acquisti di titoli pubblici italiani caratterizzati da un rendimento differenziale superiore a quello di altri titoli disponibili sul mercato e sicuramente a più basso rischio, atteso che lo sviluppo degli orientamenti sovranisti in Europa faciliterà l’economia italiana se questa verrà liberata dai vincoli di austerità impostile finora.

È vero che questa politica non facilità ancora lo sviluppo dell’economia reale italiana, perché riduce le disponibilità finanziarie per le imprese e i consumatori, ma indirettamente, attraverso la riduzione delle necessità di rifinanziamento del settore pubblico, facilita l’applicazione di provvedimenti di riduzione del prelievo fiscale a carico dei cittadini e delle imprese e tra queste anche quelle esercitanti il credito e la finanza.

Ora appare ancora più evidente che la modalità di emissione della moneta a debito non facilita nemmeno quegli Stati, come la Germania e la Francia, che attraverso la politica di Quantitative easing della Bce hanno usufruito e continuano a usufruire di introiti straordinari dovuti alla trasformazione, per essi, dell’euro da moneta emessa a debito in moneta a credito. Pertanto, occorre una riconversione dell’economia abbandonando la globalizzazione e ripristinando la scelta dello sviluppo dei territori, mettendo al centro delle decisioni il benessere degli abitanti, semmai controllando l’operato delle multinazionali qualora dovessero soggiogare lo sviluppo dei popoli attraverso l’induzione a migrare.

Del resto, già nel 1970, nella mia tesi sperimentale sullo sviluppo economico, elaborata sugli studi del Buchanan, avevo dimostrato che le migrazioni indotte in Italia dall’unità in poi non avevano assolutamente contribuito alla crescita economica procapite, avvenuta solo per effetto delle nuove invenzioni, ma queste avrebbero contribuito a far crescere l’economia nel suo complesso e quindi anche quella procapite molto di più se le popolazioni fossero state aiutate a rimanere nei territori di origine.

Gli andamenti tendenziali delle dinamiche economiche segnalate all’inizio dell’articolo – comprese quelle della Cina – non fanno che confermare la necessità di abbandonare le politiche a favore della globalizzazione.

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