Un dono mai prelevato. Trieste e l’obelisco egizio perduto (1847-1894)

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27.07.2019 – 07.30 – Quando qualcuno menziona nella stessa frase “Obelisco” e “Trieste” il pensiero corre naturalmente al monumento collocato presso Opicina, nei pressi del quadrivo, dove ha inizio la Strada Napoleonica. Un omaggio della Camera di commercio triestina all’Imperatore Francesco I, disegnato da Biagio Valle. Come ricorda l’iscrizione tutt’ora presente, dedicata all’augusto monarca: “Francesco I pio felice augusto, aprì e costituì sottomesso il giogo, la strada di Trieste alla vetta dell’ocre a muto vantaggio dell’Italia e della Germania nel 1830”. Dopo alcune vicissitudini, l’obelisco troverà una sua definitiva collocazione nel 1839. Questo, però, non è l’unico obelisco di Trieste. Tra il 1847 e il 1894, infatti, Trieste negoziò a lungo con l’Egitto, allo scopo di trasportare nella città un obelisco dell’età dei faraoni, dalla naturale collocazione in Piazza Grande.
Il dono mai prelevato, come lo ha definito la dottoressa Marzia Torlo Vidulli, avrebbe così rappresentato un tangibile simbolo della ricchezza e dei commerci conseguiti grazie all’apertura del canale di Suez (1869). Sono infatti trascorsi cento cinquant’anni dall’apertura del canale, ma le sue conseguenze si avvertono tutt’oggi, perché collocano Trieste quale naturale porto nell’area dell’Adriatico, perfetto anello di congiunzione tra i traffici dell’oriente e il mercato nord europeo.
Un ruolo svolto proprio grazie all’apertura del canale, il quale non a caso accompagnò e seguì la costruzione del Porto Vecchio. La dirigenza triestina e l’amministrazione comunale, pertanto, erano ben consci di quale ruolo avesse svolto l’Egitto e in tal senso un obelisco avrebbe rappresentato un tributo perfetto, in linea con la passione per l’orientalismo propria della borghesia vittoriana.

In auto a Opicina. Sullo sfondo l’obelisco del 1839. Dalla Biblioteca Digitale della Slovenia, 1910-1925

Correva il giorno 20 febbraio 1847 quando Trieste apprese di aver ricevuto in dono un antico monumento ritrovato ad Alessandria d’Egitto. Il negoziante Giorgio Gibara aveva rinvenuto l’obelisco nel proprio giardino e aveva scelto di donarlo al Console Generale d’Austria ivi residente, Anton Joseph de Laurin.
Scarse le notizie biografiche su Gibara, che sappiamo nascere nel Cairo, quale suddito dell’Impero Ottomano, salvo poi chiedere cittadinanza austriaca l’8 agosto 1836 e giurare eterna fedeltà agli Asburgo proprio a Trieste, il 16 dicembre 1836. È bello immaginare quest’umile negoziante trovare il reperto e scegliere di regalarlo, quale omaggio alla città che lo aveva naturalizzato. Un dono avvelenato, tuttavia, perché Gibara specifica preliminarmente come le spese per lo scavo e il trasporto del monumento sarebbero state tutte a spese della città, considerando le faraoniche dimensioni e il valore.
Il Comune di Trieste, dapprima, ritiene che il monumento sia presso il Bagno di Cleopatra, ma una volta risolto l’errore, richiede al Consolato austriaco di stimare i costi complessivi. La spinosa faccenda passa allora nelle mani del Console de Laurin e nello stesso anno (1847) l’austro-egiziano Gibara muore improvvisamente.
Anton Joseph de Laurin (1789-1869) è una figura piuttosto nota presso gli egittologi locali, perché grazie alla sua infaticabile passione per le antichità egizie e greche Trieste vanta una collezione egizia di grande prestigio, ricca di “chicche” e reperti rari. Secondo le ricerche della Vidulli Torlo, “tra il 1850 e il 1855 vendette altri reperti (…) ed anche una sfinge (quella che si trova tutt’ora in cima al molo de porticciolo del castello di Miramare a Trieste) all’Arciduca d’Austria Ferdinando Massimiliano il quale era appassionato di antichità egizie”.
Il Console era inoltre impegnato, tra il 1843-44, quale intermediario nelle conversazioni tra il governo austriaco e il Khedive d’Egitto, onde stabilire a chi spettasse la proprietà del canale di Suez. Ritroviamo così intrecciati la storia di Trieste e il valore simbolico del monumento, ancor prima che il canale venisse effettivamente completato.
Il rapporto sull’obelisco richiesto dal governatore di Trieste (marzo 1847), rivela nuovi dettagli sul monumento; esso è composto da un piedistallo, una colonna e un capitello. La colonna è in granito orientale rosa, il capitello di granito nero. Il fusto vero e proprio della colonna è alto 10 m e 60 cm, mentre la circonferenza alla base è di 1 m e 20 cm. Il capitello, a sua volta, è alto 1 m e 33 cm.
L’obelisco infatti, scoprono costernati i triestini, è in realtà una colonna romana (!).
Nondimeno il Comune inizia a valutare il costo del trasporto, ma l’anno successivo “scoppia” il 1848. La primavera dei popoli, l’insperata vittoria di Radetzky, il trauma del conflitto fanno cadere nel dimenticatoio l’intero progetto per diversi decenni.

Verso il 1873-75 Trieste costruisce il nuovo Municipio, prontamente soprannominato dal poeta Giglio Padovan con diversi, malvagi, nomignoli: da “cheba”, al “budel de leonfante” al “castel de mandolato”. L’amministrazione negli stessi anni si interroga su come riqualificare Piazza Grande e tra i diversi progetti degli anni passati, “inciampa” in uno del 1860, dove lo spiazzo ospita un gigantesco monolite egiziano. Ritorna pertanto l’interesse ad appropriarsi di questo dono mai in realtà trasportato a Trieste. La situazione al Cairo, però, si va complicando, man mano che l’Egitto diventa conscio della sua sovranità sulle sue terre, reperti archeologici compresi. Il governo egiziano infatti comunica di essere proprietario del fondo e che gli austriaci necessiteranno della sua autorizzazione per iniziare gli scavi. Inizialmente il Podestà desidera l’obelisco nel centro della piazza e viene addirittura fissata una data per il trasporto, il 1877.
La discussione però si arena nuovamente sui costi e su come trasportare il reperto.

Dopo altri quindici anni di attesa (1892), l’amministrazione si ricorda nuovamente dell’obelisco, grazie allo speciale interessamento del nuovo sindaco di Trieste, Ferdinando Pitteri. Questi scrive a un suo contatto, il Barone Jacques de Menasce, il quale abita al Cairo, non a caso in un palazzo accanto al giardino dove la colonna giace sotterrata, ancora dal 1847. Il barone però avverte come servirebbe un’autorizzazione speciale, perché l’Egitto ha intrapreso una politica protezionista nei confronti delle proprie antichità. Pitteri, tuttavia, confida di far notare come il dono risalga al 1847 e come la nuova legislazione egiziana non sia retroattiva. Si ripresenta però il problema del trasporto. Dapprima il Comune fa domanda presso la compagnia navigazione del Lloyd, la quale rifiuta, spiegando che non ha piroscafi adatti al trasporto. Semplici scuse, perché il Lloyd in realtà non vuole trasportare l’obelisco per ragioni politiche, avendo infatti il lucroso monopolio del servizio postale navale tra l’Impero asburgico e l’Egitto. Un suo eventuale coinvolgimento lo metterebbe in cattiva luce. Un coraggioso privato, l’armatore Tarabochia, s’interessa della vicenda, e mette a disposizione due suoi piroscafi, il Bucacer e l’Engineer. Ma il Comune lo ignora.

Obelisco detto “Ago di Cleopatra” , cartolina di Alessandria d’Egitto del 1880. Particolare interessante, la cartolina reca scritto “destinato a Trieste”

Intanto il Barone de Menasce ha tradito Pitteri e i triestini, perché ha scelto di donare l’obelisco/colonna al Museo di Alessandria d’Egitto. In un primo momento l’amministrazione comunale è confusa, perché ritiene che si tratti ancora di un obelisco, mentre il Barone scrive a proposito di una colonna. Tuttavia nel 1894 le autorità egiziane si rivelano irremovibili: la colonna – greca o romana che sia – è e rimarrà in Egitto.
Come racconta Elisabetta Lo Giudice attraverso un’interessante tesi di laurea sulla presenza dei musulmani a Trieste nell’ottocento, Trieste non rinuncerà però mai al “suo” monumento. E assistiamo così, dal 1900 al 1940, a continui tentativi di riavere un fantomatico obelisco, confuso di volta in volta con la colonna romana. L’obelisco diventa intanto una leggenda metropolitana per i triestini, un monolite faraonico di 20 m di altezza. Viene confuso, come racconta archeocartafvg, con la vicenda del sarcofago “Panfili” o, di volta in volta, con l’obeliscoAgo di Cleopatra” oggi a New York o con la “Colonna di Pompeo” tra le rovine del Serapeo. Lo Giudice in tal senso riporta un bell’aneddoto, perfetta conclusione fiabesca alla vicenda: “Si narra che una nave sia rimasta incagliata in porto con sopra un grandioso obelisco egiziano rosa. Dopo un po’ di tempo, una notte, l’obelisco è stato trafugato. Qualcuno afferma di averlo visto collocato in un giardino privato di una villa. Poi però è sparito definitivamente”.



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